Artista

Piero Simondo

Incendio

2007
tecnica mista su carta
70 cm x 100 cm

Figura e verde

2005
tecnica mista su carta
70 cm x 50 cm

BIOGRAFIA

Piero Simondo è nato a Cosio d’Arroscia, in provincia di Imperia, il 25 agosto 1928.
Nel settembre del 1955 fonda ad Alba con Asger Jorn e Pinot Gallizio il Laboratorio di esperienze immaginiste del Mouvement International pour un Bauhaus Imaginiste (M.I.B.I.).
Nel 1956 organizza con Jorn e Gallizio il Primo Congresso Mondiale degli Artisti Liberi (Alba, 2-9 settembre).
Nell’estate del 1957, in occasione di una vacanza nella sua casa di Cosio d’Arroscia, insieme a Michèle Bernstein, Guy Debord, Pinot Gallizio, Asger Jorn, Walter Olmo, Ralph Rumney e Elena Verrone fonda l’Internazionale Situazionista, da cui esce nel gennaio successivo con la moglie Elena Verrone e Walter Olmo, in polemica con Debord.
Nel 1962 fonda a Torino il CIRA (Centro Internazionale per un Istituto di Ricerche Artistiche) con il proposito di recuperare l’esperienza del Laboratorio di Alba.
Dal 1968 prosegue individualmente la propria ricerca artistica.
A partire dal 1972 al 1996 ha lavorato all’Università di Torino dove ha seguito i laboratori di attività sperimentali presso l’Istituto di Pedagogia e ha tenuto la cattedra di Metodologia e didattica degli audiovisivi.

Sul finire del decennio, Ruggeri assimila le nuove emergenze dell’espressionismo astratto, in opere (L’uomo dal braccio d’oro e Il dottor Carrion) in cui è agevole individuare l’apertura a riferimenti europei (Soutine, De Staël, Bacon, Wols, Dubuffet, Appel, Jorn) e americani (De Kooning, Kline, Gorky, Guston). Del resto, Ruggeri è pittore “colto”, non solo per sensibilità vigile e continuo filtro del dibattito e delle esperienze contemporanee, ma anche per rivisitazione critica, scavo e dialogo, ininterrotti fino a oggi, con la lingua della tradizione pittorica – emblematicamente testimoniati dai tanti suoi dipinti che recano, nei titoli, un esplicito riferimento a Tintoretto, Caravaggio, Rembrandt, Mattia Preti, Goya, Monet, e da subito evidenziati nelle significative presentazioni di opere quali Il martirio di san Matteo, al Premio Guggenheim di New York nel 1960, e lo Studio da Rembrandt. Sempre nel 1960 tiene la mostra personale d’esordio alla Galleria Odyssia di Roma. Da queste riflessioni, dalla constatazione di una sorta di “disfacimento dell’informale” e da un’esigenza di semplificazione sintattica, nascono i “dipinti lavati”, eseguiti dal 1958 al 1962, esposti alla Biennale di Venezia dello stesso anno, presentati in catalogo da Guido Ballo: i grumi e gli spessori della materia pittorica si sono stemperati e sciolti, lasciando il campo al libero, elegante svolgimento del segno e del gesto, in opere di grande formato come La porta, La domanda impossibile, I guardiani della regola. È in questa fase cruciale d’indagine che Ruggeri è tra i protagonisti della Biennale di San Paolo del Brasile nel 1961 e nel 1963; sempre nel 1963 è presente alla prima grande “sistemazione” dell’informale in Italia, condotta da Maurizio Calvesi in occasione del VII Premio Modigliani a Livorno. La superficie pittorica dei dipinti realizzati negli anni immediatamente seguenti alla Biennale di Venezia del 1962 mantiene la sua semplicità strutturale e segnica, ma non materica: alla tela, pressoché nuda, dei “dipinti lavati”, fanno seguito stesure sature di oli e smalti, spesso in addensamenti figurali (Grande paesaggio rosso, o Cuore, 1965), con il ritorno dei riferimenti alla natura morta e al paesaggio. È, il periodo tra la seconda metà degli Anni Sessanta e i primi Anni Settanta, ricco di nuove esplorazioni: Ruggeri sperimenta varie direzioni del suo percorso di ricerca, sempre in relazione con alcune delle esperienze che più lo interessano – pensiamo alla rinnovata attenzione per la pittura di Gorky -, ma il rapporto con la natura, quella in cui vive immerso quotidianamente nella sua casa di Battagliotti, dove è andato stabilmente a vivere nel 1971, ai margini di un bosco, lontano da ogni frenesia e clamore, resta saldissimo. È proprio nello scandaglio delle forme, evocate dalla memoria dello sguardo, di “momenti” di natura, i quali tuttavia sempre trascendono l’immediato naturalismo, che va ricercata l’autentica, peculiare, duratura caratteristica della pittura di Ruggeri. Emblematica è, da questo punto di vista, l’inclusione dell’artista nella mostra collettiva “Arte come opera”, allestita nel 1972 alla Galleria di Villa Recco a Levanto, (La Spezia), in opposizione alla poetica comportamentista presentata dalla Biennale di Venezia di quell’anno. Alla processualità instabile Ruggeri oppone il “groviglio psichico, esistenziale”, “la compattezza di un muro e l’articolazione di un labirinto” che Tassi individuerà, di lì a poco, nella bellissima serie dei Roveti – ciclo per il quale Tassi amava ricordare una frase di Franz Kafka, tratta da Confessioni e ricordi: “il roveto è, da tempo immemorabile, l’ostacolo che ci sbarra la via. Bisogna che vada in fiamme se vuoi proseguire”. Nei Roveti e nelle tele successive, la pasta pittorica si va strutturando in maniera complessa, dando vita a un sistema di segni e linee che si ripetono, si sovrappongono, s’intersecano in ritmi che alternano iterazioni a variazioni. Dopo quindici anni di intensa attività, viene il tempo, per Ruggeri, dei primi consuntivi, tra i quali vanno segnalati, nel 1970, l’esplorazione del fondamentale biennio 1960-62, alla Galleria La Bussola, e, nel 1974, la mostra antologica alla Galleria Steccata di Parma, accompagnata da un volume con un testo di Roberto Tassi. Le scelte di Ruggeri emergono nitidamente nella Biennale di Venezia del 1978, dove l’artista è invitato da Luigi Carluccio a testimoniare della sua sofferta dialettica in Dalla natura all’arte, dall’arte alla natura: un’idea “altra” di natura, un modo lacerante, totalmente vissuto, di confrontarsi con la fenomenologia del paesaggio contrappongono Ruggeri alle tendenze concettuali presenti nella stessa edizione della Biennale. Nel 1982 Ruggeri è tra i protagonisti della mostra “L’opera dipinta, 1960 1980” allestita a Parma e a Milano da Carlo A. Quintavalle. E quando Renato Barilli e Franco Solmi compiono, nel 1983, alla Galleria d’Arte Moderna di Bologna, un primo riepilogo de “L’informale in Italia”, la pittura di Ruggeri si staglia nitidamente come una presenza di assoluto rilievo in quella esperienza europea e italiana – opere come Omaggio a Charlie Parker e Gli amanti di notte (1957), ivi esposte, ne evidenziano l’originale, coltissima personalità di pittore che lavora per cicli, ritorni e rivisitazioni, all’insegna di nuovi approdi di ricerca. La libertà d’indagine, che mai si lascia irretire dalla tentazione di allinearsi alle tendenze prevalenti o di accettare compromessi, è ben espressa negli splendidi cicli successivi: dalle Figure nel paesaggio alle Tate nel bosco, continuamente contese tra idillio naturale e violenza espressiva e gestuale, esposte nel 1983 alla Bottega d’Arte di Acqui Terme (Alessandria) e alla Galleria Documenta di Torino. Le grandi campiture e ciò che resta dell’idea di “quinta” e di figura gonfalone-aquilone, tipiche delle Figure nel paesaggio del primo quinquennio degli Anni Ottanta, invadono l’intera superficie pittorica: Ruggeri dà vita, dal 1985 in poi, a monocromi la cui superficie ci appare quieta, senza perturbazioni immediatamente coglibili, ma che invece presto si rivela una pellicola di estrema sensibilità febbrile, tattile, gestuale e tonale, percorsa da sotterranei, interni movimenti. Si affermano i suoi colori “emblematici”, nei quali Ruggeri continuerà, fino ad oggi, a scavare: rossi di vibrante intensità, e neri di tenebra, percorsi da accensioni e luminiscenze, da aurore boreali; bruni e ocra, e bianchi accecanti. L’attività espositiva si infittisce: nel 1986 tiene una mostra a Palazzo Graneri a Torino, poi, in successione, esposizioni personali di opere recenti a Parma, Torino, Bologna, Acqui Terme, Milano, Busto Arsizio, e mostre antologiche alla Galleria Matasci di Tenero (Svizzera), nel 1990 – in occasione della quale viene pubblicato un primo volume monografico, con testi di Roberto Tassi, Marco Rosci e Francesco Tedeschi -, e nel 1993 a Acqui Terme, ad Asti e a Mantova. Sue opere vengono accolte in mostre collettive di particolare importanza: “Arte del paesaggio. Pittura in Italia dal Divisionismo all’Informale”, nel 1991, alla Pinacoteca comunale della Loggetta Lombardesca di Ravenna; nello stesso anno, “II miraggio della lirica. Arte astratta in Italia dopo il 1945”, alla Kunsthalle di Stoccolma; nel 1993, “Pittura e realtà” al Palazzo dei Diamanti di Ferrara; nel 1997, “Da Monet a Morandi. Paesaggi dello spirito”, a Conegliano. Intanto, la ricerca di Ruggeri non si è arrestata: tra il 1992 e il 1993, la vibrante corazza dei monocromi si frantuma per rivelare nuove istanze gestuali, che corrispondono a una rarefazione della materia pittorica: oltre a un nuovo Omaggio a Rembrandt, il segno danzante dell’artista trova libera espressione sulle grandi tempere su carta, che costituiscono uno dei capitoli più felici della sua pittura negli ultimi quindici anni. Tra il 1997 e il 1998, il pendolo dell’esplorazione pittorica che Ruggeri va compiendo torna a volgersi verso opere sostanzialmente monocrome, che ancora una volta declinano il tema – costante in tutta la sua opera – della figura nel paesaggio. È Enrico Crispolti, nella prima, grande monografia dedicata a Ruggeri, pubblicata a Torino nel 1997, con testi anche di Dario Trento e di Franco Fanelli, a rintracciare in queste opere un nuovo materismo, ancora più sontuoso e più tormentato da cifre, gestualità, improvvisi contrappunti tonali, trasparenze. Il Ruggeri più attuale, scrive Crispolti, agisce da sempre “umoralmente, visceralmente”, eppure, come sempre, “con un controllo intellettuale sempre vigile, che dunque incide sulle modalità stesse della sua espressività pittorica, insinuandovi conflittualmente, drammaticamente, un’istanza di costruzione di un discorso poetico […] per immagini totalmente di pittura, di pura pittura”. Negli ultimi dieci anni Ruggeri ha tenuto varie mostre personali – tra le altre, al Palazzo Sarcinelli di Conegliano, 2000; alla Galleria Matasci di Tenero, 2004; al Piccolo Miglio in Castello di Brescia e alla Galerie Protée di Parigi, 2006; a Palazzo Magnani, Reggio Emilia, 2008 – e ha partecipato a numerose esposizioni collettive – “Dal simbolismo all’informale”, Acqui Terme, 2001; “L’incanto della pittura”, Casa del Mantegna, Mantova, 2004. Dal 1995, Ruggeri è membro dell’Accademia di San Luca. Tra i tanti storici dell’arte e critici che si sono occupati del suo lavoro e che hanno, nel tempo, seguito la sua ricerca, vanno almeno citati: L. Pistoi, G. Ballo, C. Volpe, P. Fossati, F. Arcangeli, R. Tassi, M. Valsecchi, L. Carluccio, M. Vescovo, A.C. Quintavalle, F. Gualdoni, F. Poli, F. D’Amico, G. Cavazzini, P.G. Castagnoli, E. Fezzi, E. Pontiggia, M. Bertoni, S. Crespi, C. Cerritelli, D. Trento, F. Fanelli, C. Spadoni, B. Bandini, F. De Bartolomeis, M. Rosci, F. Tedeschi, M. Vallora, M. Goldin, E. Crispolti, C. Zambianchi, F. Arensi, C. Gurda, S. Troisi, G. Gamand, S. Parmiggiani, F. Licht. E’ deceduto ad Avigliana (TO) il 14 maggio 2009.

ALTRI QUADRI PRESENTI

Nero e ocra” – 1979 – olio su tela – 120 cm x 100 cm
“La collina” – 2006 – tecnica mista su carta – 70 cm x 100 cm
Luci al lajun” – 2006 – tecnica mista su carta – 70 cm x 100 cm
“Composizione in giallo” – 2006 – tecnica mista su carta – 100cm x 70 cm
“Interno in rosso” – 2003 – tecnica mista su carta – 100 cm x 70 cm